"Personalmente non sono interessato alle esecuzioni
'corrette'. Io cerco di applicare le possibilità tecniche
che erano disponibili in una data epoca e poi, con
la mia personalità musicale, tento
di dar vita alla musica."

Gustav Leonhardt, 1989


La morte di Gustav Leonhardt ci lascia più soli.
Io ho perso una fonte di ispirazione e un punto di riferimento. L’avevo conosciuto a quattordici anni, attraverso i suoi Brandeburghesi. Incisione storica e rivoluzionaria (anche se a un conservatore come lui quest’ultimo aggettivo non sarebbe piaciuto): non solo per gli strumenti originali e una sontuosa riproduzione a grandezza naturale della partitura autografa di Bach, ma anche per l’esecuzione a parti reali senza raddoppi. Una riscoperta che ancora oggi (con l’esecuzione one-to-a-part addirittura dei concerti per pianoforte di Beethoven!) sta producendo frutti copiosi.
Dai dischi – imponente (e impegnativa) l’integrale della cantate sacre di Bach, compiuta a quattro mani con Nikolaus Harnoncourt - passai presto alla conoscenza diretta, andando ad ascoltarlo in trio con Frans Brüggen e Anner Bijlsma (la Follia di Corelli elettrizzante: follia di nome e di fatto) e da solista al clavicembalo e all’organo a Milano, in San Maurizio. Poi anche al fortepiano (le sue colonne d’Ercole) con il violinista-amico Sigiswald Kuijken nelle sonate di Mozart. Di scoperta in scoperta, Leonhardt era subito diventato, per me giovane allievo di conservatorio, una guida, che mi spinse a cambiare radicalmente il modo di leggere e di suonare la musica (e, va da sé, anche scuola e insegnante).
Presi a studiare gli organi antichi della mia Piacenza, ne scopersi uno autentico (quello di san Sisto), ne promossi e seguii il restauro insieme a Luigi Ferdinando Tagliavini e Oscar Mischiati e, per l’inaugurazione, chiamai anche lui, che accettò. Era il 1991, e alla mia domanda: “quale è il tipo di clavicembalo ideale per la musica di Bach”? Leonhardt rispose: “Mietke”. Iniziai così a cercare notizie su Michael Mietke, cembalaro berlinese al quale il principe Leopold di Cöthen ordinò un clavicembalo a due tastiere che Bach andò a ritirare personalmente. Raccolti i dati dei tre strumenti superstiti (due a Berlino e uno a Hudiksvall, Svezia), ne ho fatto costruire uno che ne è la sintesi e che Uti (come lo chiamano in famiglia) ha suonato a Lodi nel 2004 in un programma quasi tutto…francese: neppure una nota di Bach. Ormai era diventato un monumento, e i suoi programmi non si potevano certo discutere.
Ma, ogni volta che metteva le dita sulla tastiera, prendeva vita un discorso musicale mai udito prima, dal suono austero e levigatissimo, cesellato in un intreccio dalle prospettive infinite e illusorie come in un’incisione di Escher, olandese come lui. Fantasia, meraviglia, invenzione: un uomo barocco del ventesimo secolo era Gustav Leonhardt. Anche con qualche contraddizione: l’alfiere della filologia in musica, del quale è nota l’idiosincrasia per Handel, preferiva strumenti nuovi (pochissime le incisioni su clavicembali antichi); gli piaceva la velocità automobilistica (guidava Alfa Romeo) e quando lo portarono a Maranello si entusiasmò al volante di una Ferrari. Però nella sua casa seicentesca nel cuore di Amsterdam (commissionata da banchieri italiani a un architetto italiano), a parte un fax e un lettore cd, c’è un freddo filologico e d’inverno occorre attrezzarsi. A ottant’anni continuava a viaggiare in aereo dando concerti ovunque, anche se ultimamente aveva ristretto il raggio d’azione per lo più all’Europa.
L’ho rivisto l’ultima volta nell’ottobre 2011, in occasione di un concerto d’organo a Reggio Emilia seguito dalla proiezione dello storico film “Kronik der Anna Magdalena Bach”, in cui un Leonhardt quarantenne impersona Bach. Pochi cenni alle ultime novità di prassi esecutiva (la vocalità bachiana a parti reali, l’accordatura del Clavicembalo ben temperato), ma non di più perché era visibilmente debole e magrissimo, quasi scheletrico. Si capiva che era alla fine. Dopo un mese, da Parigi la notizia dell’addio ai concerti. Il 16 gennaio 2012 l’addio per sempre.
Hai combattuto la buona battaglia del vero e del bello nell’arte. Ora puoi riposare in pace, Gustavo Cuor di Leone.

Luigi Swich, 19 gennaio 2012


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La ricca e colta discografia del musicista Gustav Leonhardt suddivisa tra le innumerevoli etichette discografiche per le quali egli ha prodotto fondamentali registrazioni al cembalo, all'organo e/o quale direttore di consort barocchi. Le citazione delle edizioni fonografiche, quando possibile, fanno esclusivamente riferimento alla prima edizione pubblicata in LP (Long Playing) ed a quella in CD (Compact Disc).
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Ringraziamenti
Un sincero e doveroso ringraziamento agli amici Axel Wenstedt (Olanda) ed Enrico Lippolis (Brasile) senza i quali questa discografia avrebbe avuto troppe mancanze ed imprecisioni.

Data di aggiornamento

L'ultimo aggiornamento del sito è avvenuto il 21 agosto 2015